Giuseppe Bartoli

(Mazzarino 1925-Roma 2005)

Raffinato giurista, coniugava un intuito teorico non comune con l’approccio pragmatico del grande processualista. Tra i tanti temi affrontati, significative sono le battaglie vinte dagli anni settanta per il più completo riconoscimento dello status professionale del giornalista e la conseguente retrodatazione dell’iscrizione al relativo Ordine.

Ha dettato i principi deontologici dello Studio: correttezza nei confronti del Cliente, trasparenza nei rapporti con le Autorità e rispetto dei Colleghi avversari.

Il 16 dicembre 2006 il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma, in una suggestiva cerimonia nella Sala d’Onore del Palazzo di Giustizia, lo ha premiato alla memoria con la Medaglia d’oro per i cinquant’anni di esercizio professionale.

Ricordo dell’Avv. Giuseppe Bartoli (Pippo per gli amici) del Direttore Generale dell’I.N.P.G.I. Avv. Arsenio Tortora

“Incontrai per la prima volta l’ Avv. Bartoli nei primi anni settanta, allorché prese a collaborare, come avvocato esterno, con l’INPGI (l’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani, sostitutivo dell’INPS) la cui difesa in giudizio veniva di solito affidata all’avvocatura interna, di cui facevo parte, coordinata dall’Avv. Mario Tripodi. 

L’amico Pippo entrava a far parte del collegio dei difensori allorché si trattava di affrontare temi nuovi sotto il profilo del diritto, sui quali occorreva agire con grande tatto ed intelligenza, al fine di promuovere una meditata riflessione anche da parte della magistratura.

Ricordo, tra i tanti, il problema del giornalismo per immagini, che iniziò ad affermarsi proprio in quegli anni. I più anziani ricorderanno certamente gli scarni telegiornali di allora, caratterizzati dalle notizie lette da uno speaker.

Quando i dirigenti della televisione di stato compresero che l’abbinamento voce-immagine sarebbe stato un elemento di svolta che avrebbe immensamente arricchito la notizia, cambiarono in questo senso il contenuto dei telegiornali, i quali divennero fonti di conoscenza più completa e di arricchimento  dei cittadini, contribuendo alla crescita democratica del Paese.

Pochi giuristi compresero che stava nascendo un nuova figura di giornalista, quella cioè dell’operatore con la cinepresa, che coadiuvava il collega (a cui spettava acquisire notizie) attraverso la registrazione di immagini che andavano a fondersi con la notizia letta.

La nuova figura professionale fu accanitamente avversata, quanto a riconoscimento giuridico e contrattuale, paradossalmente proprio dalla RAI, che l’aveva fortemente voluta, e dai giornalisti vecchio stampo che ritenevano, contro ogni evidenza, poco influente l’immagine rispetto al “parlato” e cioè rispetto alla notizia raccolta ed elaborata da loro attraverso lo scritto, a cui un giornalista “in video” dava voce.

L’Ufficio Legale dell’INPGI apri’, allora, un duro confronto giudiziale con la RAI, sollecitato dall’allora Presidente della commissione Contributi e Vigilanza,dr. Angiolo Berti, portato innanzi dall’ottimo Avv. MarioTripodi e dall’altrettanto ottimo Avv. Giuseppe Bartoli.

Io, giovane Avvocato, assorbivo con avidità professionale la loro capacità di sviscerare i problemi e di sottoporli all’attenzione del Giudice con un linguaggio giuridico fine ed efficace, mai ridondante e sempre puntuale, mai irriguardoso  nei confronti dell’avversario.

La  chiarezza espositiva costituiva la loro grande forza, unita ad una analisi dei fatti e delle norme condotta sempre con grande rigore professionale.

La battaglia giudiziale si concluse in Cassazione, con una sentenza che riconobbe al giornalismo per immagini pari dignità rispetto a quello classico, scritto e parlato. Successivamente, negli anni ottanta, intervenne lo stesso Legislatore a porre la parola fine alla vicenda, codificando il principio che il tele cineoperatore addetto alle testate giornalistiche era un giornalista a tutti gli effetti.

Pippo Bartoli mi fu sempre vicino e mi fece dono della sua amicizia (non era facile entrare a far parte delle persone che egli stimava), che fu incondizionata e che mi aiutò ad avere fiducia in me stesso.

Fu lieto di vedermi crescere professionalmente nel tempo ed ottenere prestigiosi incarichi: dapprima venni nominato capo del Servizio Legale e successivamente (dopo una parentesi di diciotto mesi come vice direttore generale), Direttore Generale dell’INPGI, carica che ho ricoperto ininterrottamente dall’ottobre del 1997 al mese di luglio del 2009.

Negli ultimi tempi della sua vita soffrì non poco per difficoltà connesse alla vista. Ma, indomito, si faceva aiutare dalla sua amatissima moglie che, sotto la sua dettatura, provvedeva a trascrivere ogni atto di sua pertinenza, connesso alla sua funzione di difensore.

Il carissimo Pippo Bartoli è stato un grande Avvocato e lo è stato fino alla fine, trasmettendo a tutti noi un chiaro messaggio: mai arrendersi di fronte alle difficoltà!

 Grazie, Pippo.

 Avv. Arsenio Tortora” 

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Alle domande più importanti si finisce sempre per rispondere con l’intera esistenza. Non ha importanza quello che si dice nel frattempo, in quali termini e con quali argomenti ci si difende. Alla fine, alla fine di tutto, è con i fatti della propria vita che si risponde agli interrogativi che il mondo ci rivolge con tanta insistenza. Essi sono: Chi sei?….Cosa volevi veramente?….Cosa sapevi veramente? A chi e a che cosa sei stato fedele o infedele?…Nei confronti di chi o di che cosa ti sei mostrato coraggioso o vile?…Sono queste le domande capitali. E ciascuno risponde come può, in modo sincero o mentendo; ma questo non ha molta importanza. Ciò che importa è che alla fine ciascuno risponde con tutta la propria vita.” (S.Màrai “Le braci”)

Ciao Papà, mi rispondi quotidianamente. S.